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Nel 1916, in una fredda notte di dicembre,
il principe Felix Felixovic Jusupov lo invitò
a cena nel suo palazzo per fargli incontrare
la bellissima moglie Irina, nipote dello
Zar. Rasputin accettò con entusiasmo, anche
se era già stato vittima di un paio di attentati
e più di una persona gli aveva consigliato
di uscire il meno possibile. Irina era una
delle poche donne che ancora mancavano alla
sua personale collezione di dongiovanni impenitente
e non poteva lasciarsi sfuggire una simile
occasione. Non sapeva che Irina si era rifiutata
di prendere parte al complotto e si trovava
molto lontano dal suo palazzo.
Felix spiegò in seguito che aveva ucciso
Rasputin per salvare la Russia, ma il fatto
che non si fosse mai dichiarato apertamente
un fanatico sostenitore della famiglia reale
e che fosse un bisessuale ci porta a concludere
che i motivi furono ben altri. La paura che
il monaco potesse rivelare particolari piccanti
sugli incontri avvenuti tra loro si unì all’invidia
per un sempliciotto che era entrato nelle
grazie dei sovrani. Il gruppo formatosi per
portare a termine l’operazione comprendeva,
oltre a Felix, il cugino dello Zar Gran Duca
Dimitrij Pavlovic Romanov, Vladimir Mitrofanovic
Puriškevic, il luogotenente Sukotin e il
dottor Lazavert. Il piano era semplice: l’avrebbero
avvelenato. Per essere sicuro del risultato
Felix aggiunse cianuro ai dolci, al tè e
al vino (il madera che il monaco adorava).
Rasputin arrivò verso le undici e si tuffò
sull’alcol e sul cibo, ingurgitando abbastanza
veleno da uccidere sei uomini. Felix mentì
dicendo che Irina sarebbe arrivata molto
presto e attese accanto a lui che il cianuro
facesse effetto, mentre i suoi complici aspettavano
al piano di sopra. Accadde invece che Rasputin,
mezzo ubriaco, chiese a Felix di suonare
la chitarra per lui fino alle due del mattino,
ora in cui propose di andare a fare un giro
in città. Sgomento, Felix si scusò e salì
al piano di sopra dove trovò Dimitrij e Vladimir
con gli occhi fuori dalle orbite per lo stupore
e soprattutto per il terrore di trovarsi
di fronte a un essere soprannaturale capace
di cenare a base di veleno e accusare poi
un semplice bruciore di stomaco. I tre decisero
di passare alle maniere forti. Felix scese
con una pistola e (si dice) vide il monaco
che pregava ai piedi di un crocefisso. Gli
sparò nella schiena. Arrivarono i due complici
che aiutarono Felix a spostare il monaco
dal prezioso tappeto di pelliccia sul quale
era caduto. Rasputin era ancora vivo, ma
pensarono che sarebbe morto per dissanguamento
entro pochi minuti. Spensero la luce, chiusero
la porta e salirono al piano di sopra per
discutere su come liberarsi del corpo. Un’ora
dopo Felix scese a controllare. Sembrava
che Rasputin fosse morto, ma quando tentò
di muoverlo il monaco aprì gli occhi e cominciò
a chiamarlo per nome: “Felix… Felix… Felix…”.
Rasputin era stato avvelenato, trafitto da
una pallottola, lasciato a dissanguarsi per
un’ora, eppure il suo cuore continuava a
battere. Il principe terrorizzato scappò
di sopra e riferì ai complici che il monaco
era ancora vivo. Vladimir capì che Felix
era fuori di sé e ormai incapace di gestire
la situazione, perciò prese il revolver e
si accinse a occuparsi personalmente della
cosa. Mentre scendeva le scale fu costretto
a soffocare un urlo di orrore. Rasputin stava
barcollando verso la porta, tra gemiti e
parole sconnesse. Riuscì ad arrivare in giardino
e quindi nei pressi del cancello prima che
Vladimir gli sparasse quattro volte. Uno
proiettile lo colpì alla spalla e un altro
alla testa. Cadde a terra dove continuò a
gemere e a strisciare verso il cancello.
Vladimir lo raggiunse e prese a sferrare
calci furiosi alla testa del monaco con i
robusti stivali finché non smise di muoversi.
Non è chiaro se sia stato anche ripetutamente
pugnalato e preso a randellate, ma sta di
fatto che a quel punto respirava ancora.
Fu avvolto in una coperta pesante, legato
con una corda e quindi gettato in uno dei
pochi punti non congelati del fiume Neva
nel quale infine morì annegato.
Si pensa che fosse sopravvissuto all’avvelenamento
per via della gastrite cronica causata dall’alcolismo.
I succhi gastrici avrebbero attenuato gli
effetti del veleno. I sicari avevano dimenticato
di appesantire il cadavere con delle pietre,
perciò fu presto ripescato (o meglio, tirato
fuori dal ghiaccio) il 19 dicembre. Già poche
ore dopo Felix e Vladimir venivano interrogati
dalla polizia. Gli inesperti assassini avevano
lasciato tracce evidenti del loro crimine
dappertutto, sia nel palazzo sia nel giardino.
Prima dell’incontro fatale avevano ordinato
al monaco di non rivelare a nessuno la sua
destinazione, ma questi aveva invece avvertito
parecchie persone, incluse le due figlie
che da qualche tempo vivevano con lui. Furono
proprio queste a guidare la polizia alla
casa di Felix. Il principe aveva nel frattempo
sparato al suo cane per deporlo in giardino
e confondere le tracce di sangue lasciate
da Rasputin. Gli investigatori non si lasciarono
ingannare: c’era troppo sangue per un cane
e molte persone avevano udito gli spari.
Nicola II fece ritorno nella capitale e decise
di mandare in esilio i due colpevoli. Ironia
della sorte, questo li salvò dalla rivoluzione
bolscevica che di lì a poco avrebbe rovesciato
il trono e mietuto un mare di vittime. La
nobiltà vedeva in Felix e Vladimir due eroi
che li avevano liberati dall’ingombrante
presenza di Rasputin. Invece i contadini
considerarono l’omicidio del monaco come
l’ennesimo sopruso ai danni del popolo da
parte degli aristocratici. La sua morte fu
quindi la goccia che fece traboccare il vaso.
Come scrisse più tardi la Grand Duchessa
Maria Pavlova: “… I partecipanti al complotto compresero
in seguito che agendo con l’intento di preservare
l’antico regime gli avevano invece dato il
colpo di grazia.”
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