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Il termine Graal deriva dal latino Gradalis,
con cui si designa "una scutella lata
et aliquantulum prufunda" (Helimand
de Froidmont): una tazza, un vaso, un calice,
un catino.
Questi umili oggetti rivestono nella mitologia
un nobile ruolo: sono infatti i simboli del
grembo fecondo della Grande Madre, la Terra,
e, come l'inesauribile Cornucopia dei Greci
e dei Romani, portano vita e abbondanza.
La coppa della vita dei Celti è il "Calderone
di Dagda", portato nel mondo materiale
dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni
del "piccolo popolo". Molti eroi
celtici (tra cui Asterix, il famoso personaggio
dei fumetti) hanno avuto a che fare con magici
calderoni; nel poema gaelico "Preiddu
Annwn" Re Artù andò a recuperarne uno
addirittura negli Inferi.
La tradizione cristiana annovera almeno due
sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia
e, sorprendentemente, la Vergine Maria. Nella
Litania di Loreto essa è descritta come Vas
spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis,
ovvero "vaso spirituale, vaso dell'onore,
vaso unico di devozione": nel grembo
(vaso) della Madonna, infatti, la divinità
era divenuta manifesta.
Forse, quando alla fine del XII secolo, Chretien
de Troyes decise di introdurre nella materia
arturiana il motivo del "Vaso Sacro",
lo fece perché era al corrente dei miti celtici
del Calderone, e l'argomento gli sembrò particolarmente
in tema; o forse si trattò di una scelta
casuale. Forse esisteva già una tradizione
orale sul Graal, e Chretien si limitò a metterla
per iscritto; forse (è l'ipotesi più probabile)
elaborò in termini cristiani le antiche leggende
sui contenitori sacri, o forse il Graal fu
una sua geniale invenzione. Sta di fatto
che, com è accaduto per ReArtù, da otto secoli
il Graal continua a stimolare l'immaginazione
di generazioni di lettori: e questa, in un
certo senso, è la prova tangibile del suo
magico potere.
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