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Re Artù
l'Artù italiano

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La poesia, dell'anonimo autore duecentesco che si firmava Gatto Lupesco, è una delle scarse testimonianze letterarie della presenza fisica di Artù in Italia.

La leggenda di Artù nell'Etna è riportata anche negli Otia Imperialia dell'inglese Gervase di Tilbury (XII secolo), il quale l'aveva appresa sul luogo intorno al 1190. Un servo del vescovo di Catania, inseguendo un cavallo fuggito sulle pendici del vulcano, ritrova nelle viscere del monte un meraviglioso palazzo ove Artù giace ferito; il Re bretone si è infatti recato là per guarire le piaghe riportate nella battaglia contro il nipote Mordred. In questo caso, dunque, la mitica Avalon si identifica con la Sicilia, dove, con ogni probabilità, il personaggio di Artù era stato importato dai Normanni.

Tracce arturiane originali si trovano anche nella vicenda di San Galgano e in alcune leggende a proposito del Graal. Testimonianze di carattere architettonico (tutte curiosamente precedenti alla diffusione della "Materia di Bretagna") si riscontrano, oltre che nel già citato Duomo di Modena, sul portale della Cattedrale di Bari e nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto. In quest'opera realizzata dal sacerdote Pantaleone nel 1165, "Rex Arturius" cavalca un animale simile a una capra, e affronta un gatto gigantesco.

L'abbondante letteratura arturiana della penisola - sia in traduzione, sia di produzione originale - si ispira invece ai "canoni" francese e inglese, con una predilezione per le vicende romantiche di Tristano e Isotta e di Lancillotto e Ginevra. Dante Alighieri menziona Re Artù nel De Vulgari Eloquentia (Arturis regis ambages pulcerrimae, "le bellissime avventure di re Artù"), e, nell'episodio di Paolo e Francesca dell'Inferno, riprende la sequenza del primo bacio tra Lancillotto e Ginevra, uniti dai buoni uffici di Lady Galehaut (Galeotto).


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